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13 giugno 2017 2 13 /06 /giugno /2017 15:57

Cesare Pavese fu uno degli scrittori e dei poeti più importanti della nostra letteratura. Egli nacque nel 1908 in Piemonte a Santo Stefano Balbo, nelle Langhe, dove la famiglia possedeva una casa in cui si recava durante le vacanze estive. Il paesaggio delle Langhe è stato inoltre lo sfondo di molte opere autobiografiche (racconti, poesie e romanzi) di Pavese, come il romanzo "La luna e i falò", i versi di "Lavorare stanca" e "La casa in collina". L'autore iniziò molto precocemente a comporre poesie ed i primi testi risalgono al 1921, quando egli aveva tredici anni: Italo Calvino raccolse molte di queste liriche, che furono pubblicate postume dopo trent'anni dalla morte dello scrittore.

Cesare Pavese manifestò un precoce interesse per la letteratura sia italiana sia straniera: egli studiò presso il liceo "Massimo d'Azeglio" di Torino, dove conobbe Augusto Monti, un professore di filosofia che lo educò ai valori dell'antifascismo. Successivamente egli si laureò a Torino con una tesi sul verso libero di Walt Whitman, che testimonia l'interesse dell'autore per la letteratura inglese: negli anni Trenta Pavese inizia la collaborazione con la rivista italiana "Solaria" ed entra in contatto con molti intellettuali antifascisti, tra cui Norberto Bobbio e Leone Ginzburg.

Nel 1935 egli venne arrestato per aver aderito al gruppo antifascista "Giustizia e libertà" e fu inviato al confine a Brancaleone Calabro, un paese sperduto della Calabria: tale esperienza fu per lui estremamente drammatica e frustrante, tuttavia proprio negli anni del confino maturarono le prime sue opere, tra cui i versi della silloge "Lavorare stanca" e il racconto lungo "Il carcere". Nel 1936, in seguito alla vittoria dell'Italia sull'Etiopia, il regime fascista decise di condonare alcune condanne inflitte agli oppositori politici e quindi Pavese fece ritorno a Torino.

Pavese non venne arruolato durante la seconda guerra mondiale per problemi di salute e visse gli anni della Resistenza in una posizione appartata e defilata, pieno di dubbi sulla necessità o meno di parteciparvi attivamente: il fatto di non essere riuscito a prendere una decisione importante in quegli anni difficili scatenerà nell'autore un costante senso di rimorso, com'è documentato in molti passi del diario "Il mestiere di vivere". Pavese infatti si sentì sempre inferiore moralmente rispetto a chi coraggiosamente decise di partecipare alla lotta partigiana.

Dopo la guerra di liberazione Pavese continuerà a collaborare a molte riviste e pubblicò molte opere edite da Einaudi, tra cui "La luna e i falò", "La casa in collina" e diversi racconti lunghi tra cui "La bella estate", che vinse il Premio Strega nel 1950.

La personalità dell'autore fu costantemente caratterizzata da introversione, tendenza alla depressione e al suicidio (tragicamente attuato il 27 agosto 1950) e da quella che Pavese stesso definì più volte come "paura di vivere", riferendosi alla spiccata tendenza della sua mente a dubitare su molte decisioni importanti da prendere: molti studiosi ritengono che la scelta del suicidio venne presa da Pavese anche in seguito ad una serie di frustrazioni sentimentali che caratterizzarono gli ultimi anni della sua esistenza.

La poetica di Cesare Pavese è caratterizzata dal contrasto tra la fanciullezza, vista come un'epoca inconsapevole e quindi spensierata, e l'età adulta, in cui l'individuo è oppresso dai doveri della società, primo tra tutti il lavoro, considerato dall'autore come fonte di fatica e di sofferenza: l'uomo può fuggire da quest'oppressione solo attraverso l'immaginazione e il ricordo dei momenti spensierati dell'infanzia, che sono irrimediabilmente perduti.

Il contrasto tra fanciullezza ed età adulta si sovrappone poi al conflitto tra la città e la campagna: in molte opere di Pavese la città è infatti considerata come un simbolo di alienazione e di oppressione, mentre la campagna rappresenta il ritorno ad una condizione umana di libertà e di sereno rapporto con il mondo e con la natura.

Un altro tema molto presente è anche il contrasto tra la figura letteraria del "ragazzo" (adolescente), che alle soglie della giovinezza è pieno di curiosità verso il mondo e vuole emanciparsi dal nido familiare e il "vecchio", ormai stanco e disincantato, consapevole della vanità della vita e privo di speranza per il futuro.

Questo tema è ad esempio rappresentato in modo magistrale dalla seguente poesia "Ulisse" (tratta da "Città in campagna"):

                                                             ULISSE
Questo è un vecchio deluso, perché ha fatto suo figlio
Troppo tardi. Si guardano in faccia ogni tanto,
ma una volta bastava uno schiaffo. (Esce il vecchio
e ritorna col figlio che si stringe una guancia
e non leva più gli occhi). Ora il vecchio è seduto
fino a notte, davanti a una grande finestra,
ma non viene nessuno e la strada è deserta.

Stamattina, è scappato il ragazzo, e ritorna
Questa notte. Starà sogghignando. A nessuno
Vorrà dire se a pranzo ha mangiato. Magari
Avrà gli occhi pesanti e andrà a letto in silenzio:
due scarponi infangati. Il mattino era azzurro
sulle piogge di un mese.

Per la fresca finestra
scorre amaro un sentore di foglie. Ma il vecchio
non si muove dal buio, non ha sonno la notte,
e vorrebbe aver sonno e scordare ogni cosa
come un tempo al ritorno dopo un lungo cammino.
Per scaldarsi, una volta gridava e picchiava.

Il ragazzo, che torna fra poco, non prende più schiaffi.
Il ragazzo comincia a esser giovane e scopre
ogni giorno qualcosa e non parla a nessuno.
Non c'è nulla per strada che non possa sapersi
stando a questa finestra. Ma il ragazzo cammina
tutto il giorno per strada. Non cerca ancor donne
e non gioca più in terra. Ogni volta ritorna.
Il ragazzo ha un suo modo di uscire di casa
che, chi resta, s'accorge di non farci più nulla.

In questa lirica è ben evidente il contrasto tra la volontà ribelle di sperimentare il mondo dell'adolescente, che ha superato l'età del gioco ma non è ancora maturo per la vita adulta ("Non cerca ancor donne e non gioca più in terra") e lo stato d'animo sconsolato del vecchio, che è pieno di delusione per gli errori compiuti nella sua esistenza e non riesce a porvi rimedio e sente che i suoi affetti si sgretolano: il vecchio rappresenta Parise che, pur non essendo anagraficamente anziano, sente su di sé tutto il peso degli errori compiuti in passato e rimpiange di non aver agito diversamente in molte circostanze della vita.
 

Nella lirica "Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi" (in apertura della raccolta omonima) Pavese medita sul fatto che ogni realtà nella vita ha sempre un termine, quindi la morte è una presenza costante, che non riposa mai e che è sempre pronta a distruggere. La poesia sembra quasi riecheggiare alcuni temi di fondo della filosofia di Seneca, secondo cui "ogni giorno moriamo un poco". La lirica appare quasi come un triste presagio del suicidio, che Pavese mise in atto solo cinque mesi dopo dalla pubblicazione della raccolta poetica. Ecco il testo:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
 
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
 
22 marzo 1950

                                                            

 

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