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7 aprile 2012 6 07 /04 /aprile /2012 00:00

La lirica "A Silvia" è sicuramente una delle più famose poesie di Leopardi, ma è anche qualcosa di più: il testo rappresenta una delle più chiare testimonianze della visione della vita leopardiana, del suo modo di rapportarsi al mondo e ai sentimenti.

Innazitutto è importante sottolineare che non è l'amore in sè il tema principale della poesia, perchè il sentimento amoroso è solo un punto di partenza per esprimere riflessioni più generali riguardanti il senso della vita e la crudeltà della natura (tema centrale in Leopardi) che spezza tragicamente le illusioni dell'uomo; Silvia del resto è una proiezione dell'autore, è il simbolo della delusione che attende ogni essere umano allo svanire della giovinezza.

E' interessante notare come Leopardi avesse concepito l'idea di un romanzo autobiografico che s'intitolava proprio "Vita di Silvio Sarno", in evidente somiglianza proprio con la famosa Silvia della poesia.

La composizione della poesia iniziò nell'aprile del 1828, un periodo particolarmente proficuo per Leopardi e che giunse dopo una fase piuttosto lunga di silenzio poetico (dal 1823 al 1828); nello Zibaldone Leopardi dice testualmente che:"Uno dei maggiori frutti ch'io mi propongo e spero dai miei versi è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù", quasi come se la poesia avesse il potere magico di riportare il Leopardi ormai adulto a rivivere le speranze e le illusioni della sua adolescenza.

Dal punto di vista metrico la lirica è una canzone libera con un elemento costante:i primi e gli ultimi versi di ogni strofa sono sempre composti da sette sillabe (settenari). Ecco il testo.

 

                                                                                                 A Silvia

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

 

Sonavan le quiete

stanze e le vie dintorno

al tuo perpetuo canto,

allor che all'opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir ch'in mente avevi.

Era il maggio odoroso; e tu solevi

così menare il giorno.

 

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d'in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch'io sentiva in seno.

 

Che pensieri soavi,

che pseranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornammi a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perchè non rendi più

quel che prometti allor? perchè di tanto

inganni i figli tuoi?

 

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi,

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

nè teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d'amore.

 

Anche peria tra poco

la speranza mia dolce; agli anni miei

anche negaro i fati

la giovanezza. Ahi come,

come passata sei,

cara compagna dell'età mia nova,

mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo?questi

i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

di cui cotanto ragionammo insieme?

Questa è la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

tu, misera, cadesti:e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

 

La struttura della poesia è tale da costruire un paragone molto forte tra Leopardi e Silvia, personaggio identificabile con Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi; il parallelismo tra il poeta e Silvia è evidentissimo nella seconda e terza strofa, infatti entrambi i protagonisti sono giovani, sono intenti a lavorare e coltivano grandi speranze per il futuro.

L'intera lirica può dividersi in due parti:nella prima il poeta crea un parallelo tra lui e Silvia e ricorda le illusioni dell'adolescenza;nella seconda (dalla quarta strofa in poi) Leopardi espone tutta una serie di riflessioni sulla crudeltà della natura (o del Fato) che prima illude gli uomini, li fa sperare nel futuro, ma poi quasi sadicamente distrugge le speranze e le trasforma in illusioni.

Il riferimento alla morte di Silvia è comunque reale, perchè Teresa Fattorini morì di tubercolosi (il chiuso morbo) molto prematuramente ed anche in questo caso si può vedere una somiglianza con il destino di Leopardi, anch' egli tormentato da una seria forma di tubercolosi ossea.

Il grande studioso leopardiano Giuseppe De Robertis afferma che il linguaggio della poesia risente molto dello stile delle Operette Morali (opera in prosa), in cui Leopardi espone la propria concezione pessimistica della vita; infatti il poeta usa vocaboli molto rari e preziosi, come "ostello" (a lposto del più comune casa), "splendea", "rimembri" (usato spesso da Petrarca nel Trecento).

Un'altra importante influenza è dato dallo stile tipico di liriche precedenti, come l'Infinito:infatti si nota un uso frequente del gerundio e l'uso di aggettivi come "vago avvenir", "occhi ridenti e fuggitivi", che danno un sapore misterioso alla figura di Silvia e ai suoi sogni.

L'uso di aggettivi quali "vago, fuggitivo, ecc." fa parte di quella che i critici leopardiani hanno definito come "poetica dell'indefinito":Leopardi usa volutamente termini astratti e vaghi per trasmettere una sensazione indefinita di gioia mista però ad inquietudine.

In questa lirica, oltretutto, la musicalità leopardiana raggiunge livelli altissimi, forse superiori alle altre liriche:fin dalla prima strofa si instaura una complessa rete di assonanze e consonanze, soprattutto legate alla ripetizione deluono della "S", presente in "Salivi, sonavan, stanze":addirittura si può notare come nella prima strofa la parola Silvia sia contenuta nel termine "salivi" che ne è un vero e proprio anagramma (gioco di parole basato sul cambio dell'ordine delle lettere).

L'anagramma in questo caso non è ovviamente un semplice gioco di parole, ma serve ad evocare la presenza della fanciulla, quasi a volerla richiamare in vita.

 

 

 

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