Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
7 gennaio 2011 5 07 /01 /gennaio /2011 17:01

                                                     LA VITA DEL POETA EUGENIO MONTALE

Eugenio Montale nacque a Genova nel 1896 da una famiglia di commercianti . Per motivi di salute interruppe gli studi regolari alla terza tecnica; da autodidatta arrivò a licenziarsi ragioniere nel 1913. Nel 1917 fu chiamato alle armi. Allievo ufficiale, fu assegnato alle zone di guerra e combattè volontario in Trentino. Il congedo, nel 1920, riportò Montale a Genova e lo reinserì nella vita d'anteguerra: nessun lavoro fisso, il rito delle vacanze estive a Monterosso, nelle Cinque Terre, e in più qualche collaborazione a riviste e giornali, la frequentazione degli ambienti letterari, la nuova amicizia col poeta Camillo Sbarbaro. Nel 1922 l'esordio pubblico sulla rivista torinese "Primo tempo", diretta da Solmi e G. Debenedetti, con i sette componimenti di Accordi e la poesia Riviere, lavori scritti tutti tra il '19 e il '21. Ma la notorietà giunse nel 1925 con la raccolta Ossi di seppia, stampata a Torino dalle edizioni di Gobetti per tramite, ancora, di Solmi (la poesia più antica della raccolta è del 1916: Meriggiare pallido e assorto). Nello stesso anno una serie di interventi pubblici precisò la fisionomia politico - letteraria di Montale: sottoscrisse il manifesto crociano degli intellettuali antifascisti; pubblicò sulla rivista milanese "L'Esame" l'Omaggio a Italo Svevo, con il quale per primo impose all'attenzione della critica l'opera dello scrittore triestino.

Lasciata Genova nel 1927, Montale si trasferì a Firenze. Gli anni fiorentini segnarono il superamento dell'universo poetico ligure e videro la gestazione di Le occasioni, raccolta uscita nel 1939, ma anticipata nel 1932 da La casa dei doganieri e altri versi, e contenente liriche che risalivano fino al 1926. Si trattò di un periodo di grande attività: Montale, dopo iniziali contatti con il gruppo di Papini, si legò strettamente agli scrittori antifascisti riuniti intorno alla rivista " Solaria " e al caffè delle " Giubbe rosse "; tradusse molto, dapprima scegliendo poeti che sentiva congeniali come Eliot, Pound, Yeats e altri (sono le versioni raccolte nel Quaderno di traduzioni, 1948), poi, dopo il licenziamento dal Vieusseux, per necessità (Melville, Steinbeck, Fitzgerald, Marlowe, Shakespeare); a Firenze conobbe nel 1927 Drusilla Tanzi, che divenne poi la sua compagna, e infine sua moglie. Nei 1943 pubblicò a Lugano le poesie di Finisterre, che andranno a costituire il primo nucleo della sua terza raccolta: La bufera e altro, del 1956.

Milano fu la terza città di Montale. Vi si trasferì nel 1948, assunto come redattore al "Corriere della sera". Con l'uscita, nel 1956 (contemporaneamente a La bufera), della raccolta di ricordi e confessioni La farfalla di Dinard, risultò evidente l'organica connessione che si era instaurata, nel mondo espressivo di Montale, fra prosa e poesia (confermata anche, dieci anni dopo, dagli scritti di costume di Auto da fé, che anticiparono l'ironia e il moralismo di molti versi successivi). La raccolta Satura (1971), comprendente gli Xenia dedicati alla moglie morta nel 1963 e già pubblicati nel '66, riaprì in modo quasi inaspettato, un ciclo di grande fertilità poetica, una "quarta stagione" montaliana. In pochi anni, dopo Satura, comparvero altre due raccolte, Diario de/ '71 e del '72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977). Montale passò gli ultimi anni di vita a Milano, assistito dalla governante Gina Tiossi. Nel 1967 fu nominato senatore a vita (aderì in senato al raggruppamento liberale). Nel 1975 gli fu conferito il premio Nobel. Morì nel 1981.

LA POESIA DI MONTALE

Il motivo di fondo della poesia di Montale è una visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, in cui, crollati gli ideali romantici e positivistici, tutto appare senza senso, oscuro e misterioso. Vivere, per lui, è come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia (Meriggiare pallido e assorto) e che impedisce di vedere cosa c'è al di là, ossia lo scopo e il significato della vita. Né d'altra parte c'è alcuna fede religiosa o politica che possa consolare e liberare l'uomo dall'angoscia esistenziale. Nemmeno la poesia, che per Ungaretti e in genere per i poeti del Decadentismo è il solo strumento per conoscere la realtà, può offrire all'uomo alcun aiuto. Perciò, egli scrive, "non domandarci la formula che mondi possa aprirti", ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa darti delle certezze, come pensano di dirla "i poeti laureati". L'unica cosa certa che egli possa dire, è "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", ossia gli aspetti negativi della nostra vita.

Di fronte al "male di vivere" non c'è altro bene che "la divina Indifferenza", ossia il distacco dignitoso dalla realtà, essere come una statua o la nuvola o il falco alto levato (Spesso il male di vivere). Questa indifferenza non è sempre concessa al poeta, il quale è spesso preso dalla nostalgia di un mondo diverso, dall'ansia di scoprire "una maglia rotta nella rete / che ci stringe", "lo sbaglio di natura", "che ci metta nel mezzo di una verità". La negatività di Montale oscilla tra la constatazione del "male vivere" e la speranza vana, ma sempre risorgente, del suo superamento. Basta guardarsi intorno, suggerisce Montale, per scoprire in ogni momento e in ogni oggetto che osserviamo il male di vivere, come nei paesaggi aspri della Liguria, nei muri scalcinati, nei greti dei torrenti, nel rivo strozzato che gorgoglia, nella foglia riarsa che s'accartoccia, nel cavallo stramazzato di Spesso il male di vivere.

Ogni paesaggio e ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e metafisico, nel suo essere cosa e simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. E' questa la tecnica del "correlativo oggettivo", teorizzata dal poeta inglese T.S. Eliot, consistente nell'intuizione di un rapporto tra situazioni e oggetti esterni e il mondo interiore. La stessa visione tragica della vita ispira le liriche della seconda raccolta, Occasioni (1939). In essa Montale rievoca le "occasioni" della sua vita passata, amori, incontri di persone, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia del passato a consolazione del presente, come avviene in Quasimodo, ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico, come altre esemplificazioni del male di vivere, così che anche il recupero memoriale, tema consueto del Decadentismo, il Montale si risolve in una conferma della propria solitudine e angoscia esistenziale.

Il male di vivere è, per esempio, in Dora Markus. Dora Markus è una donna che il poeta ha conosciuto a Porto Corsini presso Ravenna. Nella prima parte la donna è colta nella sua inquietudine e incertezza, che cerca di scongiurare affidandosi a un amuleto, un topo bianco d'avorio, racchiuso nella borsetta. Nella seconda parte è colta nella sua casa di Carinzia, ripresa dalle sue abitudini casalinghe, ignara che su lei, ebrea, e sull'Europa indifferente "distilla veleno / una fede feroce": è il presentimento delle persecuzioni naziste e della guerra. In un'altra poesia (Non recidere, forbice), Montale accenna alla forza disgregatrice del tempo, che ci porta via anche i ricordi più belli. Nella memoria che si sfolla, da cui cioè svaniscono persone e cose care, non recidere, o forbice, invoca il poeta, l'ultimo volto caro che vi è rimasto. Ma è inutile supplicare, un colpo di scure colpisce la vetta dell'albero e l'acacia ferita lascia cadere il guscio di una cicala nel primo fango di novembre. Tutto dunque svanisce lasciando l'uomo in una fredda solitudine.

Nella Casa dei doganieri il poeta ricorda la casa a strapiombo sulla scogliera, che era stata luogo degli incontri con la donna amata; ma il ricordo di quella casa è vivo solo in lui, mentre la donna, frastornata da altre vicende, ha dimenticato. Anche qui la rievocazione del passato si risolve per il poeta in una conferma del "male di vivere", della nostra solitudine.

Temi analoghi, tutti centrati sul male di vivere si leggono nelle due ultime raccolte di liriche, La bufera ed altro (1957), in cui la guerra è l'altra "occasione" di meditazione del poeta, e Satura (1971), che comprende una serie di colloqui del poeta con la moglie Drusilla Tanzi su episodi di vita passata. Questa sostanziale identità di temi, da Ossi di seppia a Satura, discosta Montale da Ungaretti. Mentre in Ungaretti l'"uomo di pena" si trasforma in uomo di fede, Montale rimane sempre solo uomo di pena.

In particolare una poesia che maggiormente è emblematica della visione della vita montaliana è "Felicità raggiunta" (Ossi di seppia), che riporto integralmente:

 

Felicità raggiunta,

si vive per te su fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla,

ai piedi ghiaccio teso che s'incrina

e dunque non ti tocchi chi più t'ama.

Se giungi sulle anime invase di tristezza e le schiari,

il tuo mattino è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto del bambino

a cui fugge il pallone tra le case.

 

In questa lirica è racchiusa tutta la poetica montaliana, basata appunto sul contrasto tra l'incontenibile desiderio umano di gioia e la limitatezza del reale, per cui proprio chi desidera più ardentemente la felicità non deve assolutamente "toccarla":basta un nulla ed ecco che il fantasma della gioia svanisce, proprio come quel pallone tanto amato dal bambino che ricorda, alla lontana, il "garzoncello scherzoso" di cui parlava il Leopardi nella lirica "Il sabato del villaggio".

 

 

Condividi post
Repost0

commenti

Présentation

  • : Blog di Montale2000
  • : In questo blog verrà presentata un'antologia delle poesie più significative della letteratura italiana e straniera, con notizie sulla vita degli autori e sulla loro concezione poetica ed esistenziale.
  • Contatti

Recherche

Liens