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3 giugno 2012 7 03 /06 /giugno /2012 11:21

La poesia "A se stesso" di Giacomo Leopardi rappresenta una delle massime espressioni della filosofia dell'autore, fondata sull'idea che l'uomo sia in balia di un potere nascosto ("la natura matrigna") che lo danneggia e gli impedisce di raggiungere la felicità, sommo bene a cui tutti naturalmente aspiriamo.

E' opportuno ricordare che per Leopardi la sofferenza è un formidabile strumento conoscitivo, perchè consente di sperimentare la dura realtà del mondo e di far crollare le illusioni; lo studioso Sebastiano Timpanaro ritiene ad esempio che il pessimismo cosmico leopardiano sia dovuto in gran parte all'esperienza individuale della malattia fisica (il morbo di Pott di cui egli soffriva), poichè il dolore fisico fa prendere coscienza della crudeltà della natura.

La lirica "A se stesso" fa parte del cosiddetto ciclo di Aspasia, composto da cinque poesie: Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo, A se stesso e Aspasia.

Il tema dominante di tutte queste liriche è l'amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, conosciuta da Leopardi durante il soggiorno fiorentino:l'amore è definito dal poeta "l'inganno estremo", perchè dà all'individuo un'illusione fortissima di felicità, seguita spesso da amare delusioni.

La successione delle cinque poesie descrive quindi la vicenda di un amore tormentato, che all'inizio riempie completamente la mente e il cuore del poeta ("Il pensiero dominante") ed infine lo fa precipitare nella disperazione più tetra.

La poesia "A se stesso" è databile attorno al Giugno del 1833 ed il nucleo ispiratore della lirica è l'inno ad Arimane, scritto da Leopardi durante il soggiorno fiorentino: nella religione pagana di Zoroastro (religione dell'Iran preislamico) Arimane è il dio del male, una foza malefica che si oppone all'uomo, lo illude e lo fa soffrire.

Per il poeta Arimane è la "natura matrigna", definita come "il brutto poter che ascoso a comun danno impera": la natura infatti crea gli uomini ma poi senza alcuna pietà li distrugge, dà gioie e dolori senza alcuna apparente legge di giustizia e può distruggere in un attimo ciò che si è faticosamente costruito in un'intera vita. 

La lirica "A se stesso" rappresenta, per giudizio unanime della critica, il componimento migliore e meglio riuscito di tutto il ciclo di Aspasia, anche perchè il tema principale non è solo un amore infelice, perchè il testo rappresetna una specie di riassunto del pessimismo cosmico dell'autore.

Ecco il componimento

 

                                                                                    A se stesso

 

Or poserai per sempre,

stanco mio cor.Perì l'inganno estremo

ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, nè di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla, e fango è il mondo.

T'acquieta ormai. Dispera

l'ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera

e l'infinità vanità del tutto.

 

Questo componimento è stato oggetto di un'attenta analisi da parte di Angelo Monteverdi, che ha nesso in luce come l'intera poesia sia in realtà articolata in tre periodi cinque, cinque e sei versi.

Lo schema individuato dal Monteverdi riflette lo sviluppo della riflessione leopardiana ed ha come tema fondamentale la disperazione del Leopardi dovuta sia alla delusione amorosa sia alla presa di coscienza dell'inutilità della vita.

Ecco l'articolazione e la relativa parafrasi.

 

I parte (versi 1-5). Posa, mio cuore. Perito ormai l'inganno estremo ( l'inganno d'amore), chiusa è la via ad ogni speranza, a ogni desiderio.

 

II parte (versi 6-10). Posa, mio cuore. Dopo tanto palpitare, è chiaro che nulla al mondo vale i palpiti di un cuore e che la vita non offre se non duolo e tedio.

 

III parte (versi 11-16). Posa, mio cuore. Unico dono del destino all'uomo è la morte. La vita non gli può suggerire che disprezzo:per sè, per la natura, per il male onnipossente e per l'infinità vanità del tutto.

E' importante sottolineare che tutte le tre parti iniziano sempre con un settenario e terminano con un endecasillabo, che ha la funzione di sottolineare i concetti fondamentali della poesia.

 

Un altro dato assai significativo, messo in luce dal Monteverdi e da molti altri studiosi, è l'uso di una sintassi frammentata, con un continuo uso dell'enjambement:la separazione tra soggetto e verbo, tra verbo e complemento crea una grande musicalità ed oltretutto rende bene il tormento interiore del Leopardi e la sua sofferenza.

Questa lirica rappresenta il momento più drammatico del pessimismo leopardiano, successivamente il poeta riscoprì la fede nella dignità dell'uomo che si oppone alla forza crudele della natura ed esprimerà tale concetto nell'ultima grande lirica, la Ginestra.

 

 

 

 

 

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commenti

A
"A se stesso" mi è sempre sembrato l'anti-Infinito: nessuno scatto del 'pensier' o del 'cor, nessun fingimento di altre realtà, ma al contrario il rifiuto di tutto, della vita e di ogni 'motO del
cor' di fronte all' 'infinita vanità del tutto'. Non credo che esista poesia più disperata e deprimente, davvero: come diceva Leopardi, c'è una consolazione anche nella disperazione (vedi 'Sopra il
monumento...' quando dice 'e questo vi conforti, che conforto nessuno avrete in questa o in quella età futura'), mentre in 'A se stesso' anche essa viene negata ('dispera l'ultima volta' = 'non
sperare che ci sia un'ultima volta' [nb: NON significa 'dispèrati per l'ultima volta]).
Per l'ultimo verso mi viene in mente il 'a noi presso la culla / immoto siede, e sulla tomba, il nulla', ma lì non era tutta la realtà ANCHE INTERIORE ad essere cancellata nel fango e nella
noia.

Che poi il 'fango' L. non lo avrebbe mai messo né lo metterà mai altrove, lui con il suo lessico ermo fatto di parole alte e 'vaghe'. Ma qui c'è, e fa un effetto devastante.

E' una poesia anti-poesia nel senso che è anti-vitalistica e molto di ragionamento, ma a me piace. Considera però che un lettore eccelso come Contini non la considerava poesia, lui però sulla base
di un altro pregiudizio. In ogni caso, non c'è un giudizio unanime della critica, e anch'io personalmente, nonostante il mio apprezzamento, amo ben di più il 'dolcissimo, possente' 'Pensiero
dominante'.

E' ovvio che la sensibilità di L. per la sofferenza dell'universo abbia avuto origine dalla sua propria esperienza di malattia, ma non cerchiamo di appiattire e svuotare questa concezione del mondo
in modo semplicistico. Sarebbe un argomento ad hominem da bambini. Lo stesso L. era consapevole del rischio, e da qualche parte aveva replicato a coloro che gli dicevano che la sua visione
pessimistica derivava dalla sua esperienza individuale. Anche senza L., la Natura non è forse davvero un 'ciclo perpetuo di generazione e distruzione' [cit.]?

Opinione finale: la sofferenza non è forse un formidabile strumento conoscitivo, di nuovo, indipendentemente da L.? E' un pensiero che risale almeno fino ad Eschilo, che lo aveva riassunto nella
formula 'pàthei màthos', 'dalla sofferenza la conoscenza'. Cf. Qohelet.
Se io ti offro una caramella, tu mi dirai soltanto 'Ah, grazie, come sei gentile.'; ma se ti dò un pugno in faccia, assai probabilmente reagirai con forza chiedendo 'Ahi! Ma perché l'hai fatto? Che
cosa ho fatto per meritarlo? etc.' (ottimo esempio per i bambini che imparano la filosofia)

Tu conosci altre poesie altrettanto 'disperate' stricto sensu?
Bye.

V.
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