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26 giugno 2017 1 26 /06 /giugno /2017 13:11

In questo articolo intendo presentare un autore di cui recentemente si è molto parlato in vista degli esami di maturità del 2017: il poeta e traduttore toscano (genovese d'adozione) Giorgio Caproni.

Egli nacque nel 1912 a Livorno, ma a dieci anni si trasferì a Genova: egli considerò sempre Genova come una specie di patria ("Città dell'anima", come amava definirla) e infatti il poeta dedicò una "litania" (sul modello di quelle liturgiche) a questa città, presentata in chiusura della raccolta "Il passaggio di Enea". Giorgio Caproni si diplomò come maestro elementare e durante la seconda guerra mondiale combatté in Valtrebbia tra le fila partigiane: dopo la guerra si trasferì a Roma, dove morì nel 1990.

Giorgio Caproni fu un poeta molto fedele alla rima e ai temi della tradizione poetica italiana ed appare quindi assai lontano dalle difficoltà dell'Ermetismo: tutte le poesie giovanili (da "Come un'allegoria" a " Ballo a Fontanigorda") confluirono nella raccolta "Il passaggio di Enea" (1956), che presenta spesso la forma tradizionale del sonetto sapientemente alternata a quella della canzonetta. Il lessico di queste prime raccolte è in genere tendente alla prosa ma a volte diventa aulico, tanto che il critico letterario Mengaldo vi individuò un certo "preziosismo alla Gatto".

Successivamente lo stile di Caproni  evolve verso l'uso del poemetto narrativo, accompagnato da una spiccata musicalità: i temi presenti in queste liriche sono le sofferenze per le distruzioni della seconda guerra mondiale e la rievocazione della figura della madre morta, a cui è dedicata l'intera raccolta "Il seme del piangere". In questa silloge l'autore rievoca i momenti trascorsi con la madre ed esprime l'insolito desiderio di vivere con lei gli anni precedenti alla sua stessa nascita, per fare della madre la propria fidanzata ("saremo soli e fidanzati", recita un passo della raccolta): ciò può anche essere letto in chiave psicanalitica, come l'espressione letteraria di un rapporto quasi edipico tra il poeta e la madre.

La poesia d'apertura dei "Versi livornesi" (da "Il seme del piangere") è strutturata secondo lo schema di una canzonetta stilnovistica, in cui il poeta si rivolge alla propria anima e la prega di recarsi a Livorno, per cercare di recuperare la madre ed entrare in contatto con lei. Ecco il testo:

                                                                  Preghiera

Anima mia, leggera

va' a Livorno, ti prego.

E con la tua candela

timida, di nottetempo

fa' un giro, e, se n'hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso Anna Picchi 

è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest'oggi torno,

deluso, da Livorno.

Ma tu, tanto più netta di me,

la camicetta ricorderai, e il rubino 

di sangue, sul serpentino

d'oro che lei portava al petto,

dove s'appannava.

Anima mia, sii brava

e va' in cerca di lei.

Tu sai cosa darei

se la incontrassi per strada.

In questo testo l'apparente semplicità (e perfino banalità) del linguaggio viene compensata da un sapiente uso dell'enjambement e da costanti ripetizioni di suoni che contribuiscono a creare una musicalità dolce e trasognata.

La madre resta una figura vagheggiata e sognata, ma appare tuttavia ben evidente nei particolari del suo vestiario (la camicetta, i gioielli) e il "petto che s'appanna" esprime la forza del legame affettivo che unisce nel ricordo il poeta alla madre  ; le rime baciate e alternate, le allitterazioni ("viva tra i vivi", "perlustra e scruta") conferiscono una grande musicalità al testo, caratteristica di tutta la poesia di Caproni. 

Nelle ultime raccolte (a partire da "Il muro della terra") lo stile dell'autore cambia in modo piuttosto marcato e il linguaggio inizia a diventare più ermetico e di difficile comprensione: Caproni tuttavia non rinuncia a costruire una fitta rete di assonanze, rime e consonanze, che danno al testo la forma di una partitura musicale.

Un tema molto presente nelle ultime liriche è quello metaforico del VIAGGIO, inteso come rappresentazione della vita, che è appunto un enigmatico viaggio verso la morte, evento tragico di cui appare impossibile comprendere il senso. 

Il titolo della raccolta "Il muro della terra" deriva da un passo dantesco ("Or se ne va per un secreto calle/tra il muro della terra e li martiri/ lo mio maestro, e io dopo le spalle" Inferno X, 1-3) ed esprime l'impossibilità da parte dell'autore di perforare "Il muro della terra", cioè di non poter superare il limite conoscitivo della mente umana per giungere finalmente ad una certezza riguardo al senso della vita e della morte.

I testi di queste ultime poesie sono spesso brevi e a volte si tratta semmai di frammenti poetici, come accade nel seguente brano:

                                                                    RITORNO

Sono tornato là, 

dove non ero mai stato.

Nulla da come non fu, è mutato.

Sul tavolo (sull'incerato

a quadretti) ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto

è ancora rimasto quale

mai l'avevo lasciato.

Questo testo è costruito come un apparente "non-sense", ma il viaggio a cui si allude rappresenta il vano tentativo di andare oltre la materia per approdare ad una certezza ultraterrena; tale tentativo è assolutamente vano e l'animo del poeta appare come un bicchiere mai riempito, poiché egli avverte un costante senso di vuoto e di mancanza di punti fermi nella propria esistenza.

 

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  • : In questo blog verrà presentata un'antologia delle poesie più significative della letteratura italiana e straniera, con notizie sulla vita degli autori e sulla loro concezione poetica ed esistenziale.
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